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Storia deI PARTITI
italiaNI.
(CLN) COMITATO DI LIBERAZIONE
NAZIONALE.
Il Comitato si costituì a Roma il 9 settembre 1943, all'indomani
dell’armistizio e dell’occupazione tedesca del territorio italiano che
seguirono alla caduta del fascismo. Era composto da sei partiti antifascisti:
Partito comunista, Democrazia cristiana, Partito socialista di unità
proletaria, Partito liberale, Partito d’Azione e Democrazia del lavoro.
L’obiettivo era di promuovere e coordinare la lotta contro il nazifascismo.
Il Comitato si diede una struttura decentrata con la formazione di CLN
regionali, provinciali e comunali. Particolare importanza ebbe il comitato
sorto nell’Italia occupata dai tedeschi che si chiamò Comitato di liberazione
nazionale Alta Italia (CLNAI), al quale toccò il compito di dirigere la guerra
partigiana. Il CLN fu un interlocutore politico dei governi che si formarono
nell’Italia liberata dagli Alleati, collaborando in particolare ai due governi
Bonomi del 1944 e al governo Parri del 1945, che furono entrambi emanazione
diretta del CLN. Si sciolse al momento dell’elezione dell’Assemblea
costituente (2 giugno 1946).
Il sistema dei partiti che ha caratterizzato, con una notevole stabilità, il
primo cinquantennio di vita repubblicana, fu poi completamente travolto nei
primi anni novanta sia dalle inchieste giudiziarie sia, soprattutto, dalle
leggi elettorali di tipo maggioritario varate nel 1993. Attualmente non
sopravvive nessuno dei partiti esistenti prima degli anni Novanta: alcuni sono
completamente scomparsi dalla scena, altri hanno cambiato nome (e sostanza).
Se osserviamo i risultati delle elezioni del 1996 possiamo constatare che il
numero dei partiti non era diminuito, malgrado l’adozione di un sistema
elettorale maggioritario. Le ultime elezioni, quelle del 13 maggio 2001,
penalizzando i partiti che si presentarono isolatamente, hanno dato una forte
spinta al processo di bipolarizzazione. Oggi, i partiti rimangono sempre
numerosi, tra grandi, piccoli e minuscoli, ma sono organizzati in due
coalizioni o due poli:
1. una coalizione di sinistra, l’Ulivo, che comprende i Democratici di
Sinistra (DS); Rinnovamento italiano, i Verdi e il Partito dei comunisti
italiani (riuniti nell'aggregazione chiamata «girasole»); i democratici, il
partito popolare (PPI) e l'UDEUR (aggregati nella «margherita»);
2. la Casa delle libertà, che comprende cinque partiti principali: Forza
Italia, Alleanza Nazionale, il Centro Cristiano democratico e i Cristiani
democratici uniti (aggregati nel «biancofiore»), la Lega Nord.
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DEMOCRAZIA CRISTIANA |
PARTITO SOCIALISTA ITALIANO (PSI) |
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CENTRO CRISTIANO DEMOCRATICO (CCD)
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PARTITO SOCIALDEMOCRATICO
ITALIANO |
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CRISTIANO DEMOCRATICI UNITI (CDU)
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MOVIMENTO SOCIALE ITALIANO (MSI) |
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PARTITO POPOLARE ITALIANO (PPI)
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ALLEANZA NAZIONALE (AN) |
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PARTITO NAZIONALE MONARCHICO
(PNM) |
MOVIMENTO SOCIALE - FIAMMA
TRICOLORE |
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PARTITO LIBERALE ITALIANO |
LEGA NORD |
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PARTIRO
REPUBBLICANO ITALIANO |
FORZA ITALIA (FI) |
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PARTITO COMUNISTA ITALIANO |
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PARTITO DELLA RIFONDAZIONE
COMUNISTA (PRC) |
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PARTITO DEMOCRATICO DELLA
SINISTRA (PDS)
DEMOCRATICI DI SINISTRA (DS) |
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DEMOCRAZIA CRISTIANA.
Si definiscono democrazia cristiana quei partiti e movimenti politici e
sindacali che, in Europa e nel mondo, si richiamano alle aspirazioni ideali
del cristianesimo sociale, sviluppatasi a partire dalla fine dell'Ottocento. (
vedi
TONIOLO, MURRI e STURZO )
Riuniti in un'internazionale, i partiti democratici cristiani hanno i loro
punti di forza nell'Europa occidentale (Italia, Germania, Paesi Bassi, Belgio,
Austria) e nell'America Latina, dove spesso hanno responsabilità di governo.
Il partito della Democrazia cristiana (DC) ha dominato la vita politica
italiana dal dopoguerra al 1992, detenendo sempre la maggioranza relativa
nelle elezioni legislative. Per oltre 35 anni (dal 1946 al 1981) esso ha
espresso ininterrottamente il Presidente del Consiglio, esercitando in molti
periodi un’egemonia assoluta sul Governo. Espressione di forze ideali e
sociali sorte dal mondo cattolico, ha nel corso della sua storia modificato
continuamente il suo percorso politico.
Dopo aver ottenuto il 48% dei voti nel 1948, la DC ha mantenuto sino agli anni
'80 una sicura maggioranza relativa dei consensi per poi conoscere un netto
declino elettorale anche in conseguenza del suo coinvolgimento nelle inchieste
sulla corruzione, tanto da doversi addirittura rifondare nel gennaio 1994 come
Partito Popolare Italiano.
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LA COSTITUZIONE DEL PARTITO
La DC fu fondata nel settembre del 1942 per iniziativa di un gruppo di vecchi
dirigenti del Partito popolare italiano e del sindacalismo “bianco”, nonché di
giovani esponenti dell'Azione cattolica, della Federazione universitaria
cattolica italiana (FUCI) e, infine, del cosiddetto «movimento neoguelfo»
guidato da Pietro Malvestiti (l'unico gruppo aderente alla DC a vantare un
attivo antifascismo). Ideologicamente, il nuovo partito si poneva in una
situazione di centro, proponendo una fusione tra concezioni sociali
cattoliche, elementi liberali e socialisti, e rifiutando decisamente il
concetto marxista della lotta di classe.
Il programma politico prevedeva, tra l'altro, l'instaurazione di una
democrazia parlamentare, un ordinamento amministrativo a base regionale, la
progressività delle imposte, la libertà dì insegnamento, la diffusione della
piccola proprietà contadina, il disarmo, l'europeismo e la difesa delle
concessioni ottenute dalla Chiesa con il Concordato.
Nell'immediato, la DC optava per una decisa opposizione al fascismo e aderiva
- dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 - ai nascenti Comitati di
liberazione nazionale, assicurando anche un apporto militare alla lotta
partigiana nell'Italia centro-settentrionale. Leader indiscusso fu, fin
dall'inizio, Alcide De Gasperi, che ne assunse la segreteria nel luglio 1944.
Grazie alla composizione eterogenea - vecchi dirigenti del Partito popolare
italiano (Giovanni Gronchi, Mario Scelba, Attilio Piccioni) e del sindacalismo
“bianco”, giovani esponenti dell'Azione cattolica (Aldo Moro, Giulio Andreotti)
e della Federazione universitaria cattolica italiana (Amintore Fanfani) - la
DC fu un partito capace di rappresentare insieme le istanze del popolarismo
cattolico e del moderatismo borghese. Poté così contare sin dall'inizio
sull'appoggio elettorale di una forte componente popolare (operai, contadini,
coltivatori diretti, piccoli proprietari e affittuari, artigiani, impiegati)
e, nello stesso tempo, godere del favore dell'imprenditoria industriale e
agraria.
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L’ERA DE GASPERI
(vedi QUI
ampia documentazione)
Nel dicembre dei 1945 la DC assunse, con De Gasperi, la Presidenza del
Consiglio, che lo statista trentino avrebbe tenuto ininterrottamente fino al
'53 (otto governi).
Già al primo impegno elettorale la DC si confermò partito di massa, riportando
il 35,2% dei voti alle consultazioni per la costituente del 2 giugno del 1946.
Durante i 19 mesi di lavoro dell'Assemblea Costituente (22 giugno '46 - 31
gennaio '48) i 207 deputati democristiani si impegnarono per affermare i
principi dell'indissolubilità del matrimonio e della libertà dell'insegnamento
privato, per l’accoglimento nella carta costituzionale dei Patti Lateranensi,
per la conferma - sia pure con lievi correzioni - del diritto di proprietà e
della libera iniziativa individuale.
L'anno delle scelte politiche decisive fu comunque il '47. Anche su
sollecitazione degli Stati Uniti, in maggio De Gasperi estromise dal suo
governo socialisti e comunisti, che ne facevano parte sin dal 1945,
appoggiandosi alle forze dì centro-destra. Maturava in tal modo quell’esperienza
centrista che sarebbe durata fino al 1958. I risultati delle elezioni
politiche del 18 aprile 1948 dettero ragione alla DC, la quale, impostando una
campagna elettorale all'insegna dell’anticomunismo, sconfisse nettamente il
fronte popolare di PCI e PSI, assicurandosi oltre il 48% dei voti e la
maggioranza assoluta dei seggi. Grazie a questa vittoria, la DC e De Gasperi
poterono rendere sempre più incisiva l'azione politica iniziata nel maggio
'47.
Sul piano interno, ad una opzione economica liberista si accompagnò un più
rigido controllo sociale, mentre in campo sindacale veniva favorita la
scissione della componente cattolica dalla Confederazione generale italiana
del lavoro (CGIL). In politica estera, vennero rinsaldati i legami con i paesi
del sistema occidentale, in particolare con gli USA (adesione alla NATO), e si
gettarono le basi per la creazione della Comunità Europea.
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DAL CENTRISMO AL CENTRO–SINISTRA
La fine della prima legislatura segnò anche la conclusione dell'era
degasperiana. A pochi mesi dalla morte, De Gasperi fu sostituito alla
segreteria del partito da Amintore Fanfani. Iniziarono a emergere le profonde
divisioni interne del partito a causa della sua natura eterogenea. La DC
andava sempre più configurandosi come un insieme di correnti che spiegava il
paradosso di un partito ad un tempo conservatore e progressista, popolare e
interclassista.
Una Dc è sempre
più fortemente frammentata e divisa in correnti con alto grado di
conflittualità reciproca. Questa la breve mappa delle più importanti correnti
democristiane:
* MOROTEI o AREA ZAC, BASE, FORZE NUOVE (sinistra interna): sono state le
tradizionali correnti di sinistra dello scudocrociato che hanno avuto in
Amintore Fanfani (almeno fino alla fine degli anni ’60), Aldo Moro e Benigno
Zaccagnini i principali leader. Si fecero portavoce, prima della
collaborazione con il Psi (realizzatosi con il centro-sinistra), poi della
necessità di aprire al Pci (ipotesi abbandonata dopo la morte di Moro);
* DOROTEI o GRANDE CENTRO: sono stati la maggioranza del partito ed hanno
mantenuto il partito su posizioni moderate, fortemente anticomuniste e di
provata fedeltà atlantica. Massimi leader della corrente dorotea furono
Arnaldo Forlani, Guido Gonnella, Emilio Colombo e Flaminio Piccoli;
* PRIMAVERA: è la corrente della destra democristiana ed ha avuto in Giulio
Andreotti il suo unico e maggiore leader.
Poi la crisi dei primi anni ’90 ha segnato la fine dell’esperienza politica
della Dc i cui militanti si sono divisi in numerosi piccoli partiti
posizionati sia a sinistra, sia al centro, sia a destra (Ppi, Democratici, Ri,
Udeur, Ccd, Cdu, ecc.)
Tra il 1954 e il 1958 la DC ricercò una stabilità interna attorno a Fanfani,
leader della corrente “Iniziativa democratica”, ma forti contrasti la divisero
in momenti importanti quale, ad esempio, l'elezione di Gronchi alla presidenza
della Repubblica. Neanche il successo del 1958 servì a Fanfani (Presidente del
Consiglio) per unificare dietro a sé il partito. “Iniziativa democratica” si
scisse e la maggioranza della DC andò ai dorotei (cosi detti dal convento di
S. Dorotea dove si riunivano) di Antonio Segni, Mariano Rumor ed Emilio
Colombo, i quali affidarono la segreteria del partito ad Aldo Moro.
Con il sesto congresso si verificarono una ricomposizione interna e
l'avvicinamento al partito socialista che da tempo aveva rotto l'alleanza con
il PCI. L’operazione di apertura a sinistra andò in porto con la formazione di
tre consecutivi gabinetti guidati dallo stesso Moro, cm cui si realizzò un
centro-sinistra organico (DC-PSI-PSDI-PRI). Ma la DC, influenzata dalla paura
di perdere il suo tradizionale elettorato moderato, soffocò l’impulso
riformatore della sinistra. Nel 1964 Mariano Rumor assumeva la guida di un
parito in cui la lotta tra le varie correnti si faceva sempre più aspra.
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VERSO NUOVI EQUILIBRI
Le tensioni e i movimenti che si manifestarono, a partire dal 1968, nella
società italiana accrebbero il disagio interno del partito, mentre al governo
si succedevano raggruppamenti di centro-sinistra. La crisi economica e sociale
non ebbe un effetto univoco sulle vicende democristiane. Nelle prime elezioni
politiche anticipate del 7 maggio 1972, la DC, presentatasi come paladina
dell'ordine pubblico, ottenne un elevato consenso (39,1%) che permise di
varare un governo di centro guidato da Andreotti.
Nel giugno 1973 la DC tornò a raccogliersi attorno a Fanfani, che riassunse la
segreteria e rilanciò l'alleanza di centro-sinistra. Ma l’anno successivo
l’iniziativa di appoggiare il referendum per l'abrogazione della legge sul
divorzio si risolse in una netta sconfitta del partito. Di lì a poco si
incrinò anche l'alleanza con il partito socialista, sicché nel ‘74 si formò un
Gabinetto bipartitico (DC-PRI) guidato da Aldo Moro, che godette dell'appoggio
esterno del PSI.
Contemporaneamente, l'immagine del partito veniva offuscata dall'esplodere di
una serie di scandali e dalla scoperta di torbidi intrecci tra potere politico
e finanziario. Le elezioni amministrative del 15 giugno 1975 misero in
evidenza le difficoltà della DC e l'avanzata delle sinistre (in particolare il
PCI).
La DC si affidò, allora, alla giuda di Benigno Zaccagnini (nominato segretario
il 26 luglio '75), un esponente della sinistra non implicato nei giochi di
potere e ritenuto in grado di avviare quell'azione di rinnovamento necessaria
a riconquistare il consenso perduto. All’interno della DC si affermò la
“strategia dell'attenzione” nei confronti del PCI che aveva nello stesso
Zaccagnini e in Aldo Moro i suoi massimi ispiratori e che appariva a molti
necessaria.
I frutti della nuova gestione del partito - sostenuto dalle correnti di
sinistra - si ebbero già alle elezioni politiche anticipate del 20 giugno
1976, quando la DC risali al 38,7%. Dalle urne usciva un quadro politico
completamente mutato. Con un Partito Comunista attestato al 34,4% diveniva
quanto mai attuale la strategia dell'attenzione, ricambiata del resto da un
PCI già orientato verso una politica di “compromesso storico” con le forze
cattoliche. L'apertura della DC ad una collaborazione organica con il PCI fu
comunque lenta e travagliata, osteggiata dai settori conservatori e moderati
del partito.
La mattina del voto di fiducia al IV Gabinetto Andreotti (16 marzo 1978),
terroristi delle brigate rosse rapirono il presidente del Consiglio nazionale
democristiano Aldo Moro (poi ucciso il 9 maggio), il principale artefice della
politica di avvicinamento al PCI. La scomparsa di Moro provocò un notevole
disorientamento nel partito aggravato dalle dimissioni dalla presidenza della
Repubblica di Giovanni Leone, coinvolto in una serie di scandali.
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LA CRISI DEGLI ANNI OTTANTA
L'uscita dei comunisti dalla maggioranza e le successive elezioni anticipate
del 3 giugno 1979 sancirono la fine dell'esperienza dell’unità nazionale.
Mentre al governo la DC riprendeva e ampliava la collaborazione con i partiti
laici e socialisti, mutavano anche i suoi già precari equilibri interni, con
il progressivo rafforzamento delle correnti ostili al PCI e l'esclusione della
collaborazione con esso. Si costituì nel partito una nuova maggioranza,
composta dalle correnti di centro-destra, che al Consiglio nazionale di marzo
elesse alla segreteria Flaminio Piccoli, a sua volta sostituito nella carica
di presidente da Arnaldo Forlani. Contemporaneamente, si formava il secondo
governo Cossiga (DC-PSI-PRI) che vedeva dopo 6 anni il ritorno dei socialisti
a responsabilità di governo.
Tuttavia, la ripresa della formula di centro-sinistra fu per la DC più onerosa
rispetto al passato: la condizione posta dai partiti laici e socialisti era di
svolgere all’interno della coalizione un ruolo di “pari dignità” e non più
subalterno alla forza di maggioranza relativa. Questa pressione degli alleati
portò, nel giugno '79, alla rinuncia della DC alla presidenza del Consiglio,
passata al segretario repubblicano Giovanni Spadolini, il quale formò un
Gabinetto pentapartitico (DC-PSI-PSDI-PRI-PLI).
La DC tentò il rinnovamento del partito con l’elezione a segretario di Ciriaco
De Mita. Riprese anche la guida del governo, con Fanfani, nel dicembre 1982.
Quando, però, nelle elezioni anticipate (26 giugno ‘83) subì una netta
sconfitta, la DC fu costretta a cedere la presidenza del Consiglio al leader
socialista Bettino Craxi.
Nel 1986 la riconferma alla segreteria di De Mita non riuscì tuttavia a
nascondere l'esistenza di forti contrasti provocati interni. Tratto
caratterizzante di questo periodo fu il difficile rapporto con il PSI che
toccò il suo culmine in occasione della crisi del marzo 1987 che portò ad
elezioni anticipate. I risultati delle urne segnarono una lieve crescita della
DC, e portarono alla nomina di Giovanni Goria alla guida del governo, cui dopo
poco successe lo stesso segretario De Mita. Tuttavia la forte conflittualità,
interna e nei confronti del PSI di Craxi, indebolì ben presto la segreteria De
Mita che nel 1989 fu costretto a cedere la guida sia del partito che del
governo di fronte alla nuova alleanza centrista formatasi in occasione del
diciottesimo congresso.
La nuova maggioranza, che portò Forlani alla segreteria e Andreotti alla guida
del governo, sembrò intenzionata a stabilire relazioni meno conflittuali con
il PSI. Questa politica, tuttavia, non premiò il partito sotto il profilo dei
consensi elettorali: nelle elezioni politiche del 1992 la DC subì una dura
sconfitta.
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L’EPILOGO DELLA DC
Dopo le elezioni del 1992 la vita politica italiana mutò a causa del
progressivo allargarsi delle inchieste sui finanziamenti illeciti ai partiti e
del rigetto, da parte dell'opinione pubblica, della classe politica. In questa
situazione la DC fu tra le formazioni più colpite e gran parte della sua
classe dirigente uscì screditata dalle numerose inchieste in cui fu coinvolta.
Nel 1992 divenne segretario Mino Martinazzoli, il quale fu di fatto costretto
ad avviare una sostanziale rifondazione del partito, di fronte al rischio
concreto di perdere il contatto con lo stesso mondo cattolico. Per segnare in
modo più netto la rottura con il passato, la nuova leadership decise, nel
1993, di ritornare alla vecchia denominazione di Partito Popolare Italiano,
mentre una minoranza dava vita al Centro Cristiano Democratico (CCD) su
posizioni più conservatrici. Nessuna delle due opzioni, la progressista di
Martinazzoli e dei popolari e la moderata centrista di Casini, si rivelò
capace di riportare il partito della democrazia cristiana ai vertici della
vicenda politica italiana. Alle elezioni anticipate del marzo 1994 il PPI fu
schiacciato dalla bipolarizzazione del voto tra destra e sinistra, risultando
penalizzato soprattutto dall'attrazione suscitata da Forza Italia di Silvio
Berlusconi sull'elettorato in precedenza democristiano.
La sconfitta elettorale provocò le immediate dimissioni di Martinazzoli, al
cui posto il Congresso nazionale del partito elesse, tra forti contrasti,
Rocco Buttiglione, espressione delle componenti moderate favorevoli a trovare
un accordo con Berlusconi. Quando il partito decise a maggioranza di
schierarsi a fianco del Partito Democratico della Sinistra nella lista
L'Ulivo, guidata alle elezioni del '96 da Romano Prodi, Buttiglione promosse
una nuova scissione, fondando il raggruppamento dei Cristiani democratici
uniti (CDU), che si schierò nel Polo delle Libertà (assieme al CCD).
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CENTRO CRISTIANO DEMOCRATICO (CCD)
Fu fondato nel 1994 da un gruppo di esponenti della destra democristiana,
guidati da Pierferdinando Casini e Clemente Mastella, che non approvava la
decisione del Consiglio nazionale della DC di trasformare il partito in
Partito popolare italiano e di allearsi al PDS. Il CCD si è schierato, fin dal
principio, con il Polo delle libertà, partecipando ad entrambi i governi
presieduti da Silvio Berlusconi.
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CRISTIANO DEMOCRATICI UNITI (CDU)
Il partito fu fondato nel 1995 da Rocco Buttiglione. Formazione cattolica di
centrodestra, che conserva il simbolo dello scudo crociato ereditato dalla
Democrazia cristiana, il CDU nacque da una scissione del Partito popolare
italiano guidata da Buttiglione quando questi ne era segretario. Alle elezioni
del 1994 il CDU si schierò con il Polo delle libertà, partecipando al governo
presieduto da Silvio Berlusconi. Dopo le elezioni del 1996 appoggiò i governi
di centro–sinistra; infine, ha partecipato alle elezioni DEL 2001 schierato
nella Casa delle Libertà.
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PARTITO POPOLARE ITALIANO (PPI)
Partito politico italiano costituito nel 1994 dalla componente maggioritaria
della Democrazia cristiana guidata da Mino Martinazzoli. L'esigenza di dar
vita a una nuova forza politica cattolica nasceva dalla grave crisi in cui
versava la Democrazia cristiana dopo che diversi suoi esponenti di primo piano
erano stati coinvolti in inchieste giudiziarie e dopo gli insuccessi
elettorali registrati nel 1992 e nel 1993. Il nome richiama la tradizione
democratica e antifascista del Partito popolare di Don Luigi Sturzo. Dal canto
suo, l'ala destra democristiana, che aveva deciso di non confluire nel PPI,
dava vita al Centro cristiano democratico.
Nelle elezioni del 1994 ottenne l’11% dei voti, cedendo per la prima volta la
posizione di primo partito italiano. Nel 1995 la decisione del nuovo
segretario Rocco Buttiglione di allearsi con il Polo delle libertà guidato da
Silvio Berlusconi non fu seguita dalla maggioranza del partito e Buttiglione
costituì una nuova formazione, i Cristiani democratici uniti. Il PPI è stato
tra i «fondatori» della coalizione di centro-sinistra, L'Ulivo, di cui è
ancora parte importante, e tra i promotori della coalizione detta
«Margherita», che raccoglie i partiti e i gruppi moderati dell'Ulivo (ne fanno
parte anche i Democratici dell'UDEUR)
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PARTITO NAZIONALE MONARCHICO
(PNM)
Partito politico italiano fondato nel 1947 da Alfredo Covelli allo scopo di
riunire i monarchici sconfitti all'indomani della vittoria repubblicana del
2 giugno 1946. Dopo alcune esperienze nelle maggioranze governative, nel
1954 il PNM subì una scissione guidata dall'armatore Achille Lauro che diede
vita al Partito monarchico popolare (PMP). Presentatisi autonomamente alle
elezioni del 1958, sia il PNM sia il PMP ottennero risultati deludenti
decidendo nel 1959 di riunirsi nuovamente in un unico partito, il Partito
democratico italiano (PDI), dal 1961 Partito democratico italiano di unità
monarchica (PDIUM) guidato da Covelli. Dopo ulteriori deludenti risultati
elettorali, nel 1971 confluì nel Movimento sociale italiano, ribattezzato
per l'occasione MSI–Destra nazionale.
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PARTITO LIBERALE ITALIANO
Nasce ufficialmente nel 1921, ma è l’erede delle classe dirigente liberale
che ha guidato l’Italia fino all’avvento del fascismo. Collabora con la Dc e
gli atri partiti laici (Psdi, Pri) negli anni del centrismo degasperiano.
Sotto la guida di Malagodi (fortemente influenzato da ambienti
confindustriali) esce dal governo all’avvento del centro-sinistra.
All’opposizione, salvo una parentesi all’inizio degli anni ’70 (governo
Andreotti- Malagodi, 1972), fino all’avvento del pentapartito (governo
Spadolini, 1981), ha rappresentato un partito posto su posizioni più
conservatrici rispetto ai partiti liberali tedesco, britannico e scandinavi.
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PARTITO
REPUBBLICANO ITALIANO
È uno
dei più antichi partiti italiani (nacque a Bologna nel 1895) ed è l’erede
della tradizione risorgimentale della sinistra mazziniana non marxista a cui
si aggiungono molti illustri intellettuali provenienti dal Partito d’Azione
(La Malfa, Valiani, Visentini) approdati al partito dell’edera dopo il
repentino scioglimento del Pd’A. il Pri, piccolo, ma influente, sarà, sotto
la guida di Ugo La Malfa, uno degli artefice dell’apertura a sinistra ai
tempi del primo centro-sinistra e sostenitore dell’ipotesi di allargamento
della maggioranza di governo ai comunisti dopo il 1976.
Dopo la morte di La Malfa (1979) leader del Pri diventerà il senatore
Giovani Spadolini, uomo illustre, storico di chiara fama ed intellettuale di
vaglia, che, nel 1981, sarà il primo Presidente del Consiglio dei Ministri
non democristiano della storia repubblicana.
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Fu fondato nel 1921, con il
nome di Partito comunista d'Italia, in seguito alla scissione di alcune
correnti della sinistra del Partito socialista italiano (PSI) durante il
Congresso di Livorno; tra i suoi fondatori furono Antonio Gramsci e Amedeo
Bordiga, l'uno legato all'esperienza torinese dei consigli di fabbrica
(1919), l'altro fondatore della rivista "Il Soviet". Il nuovo partito,
ispirandosi alla rivoluzione sovietica, si proponeva di realizzare anche
in Italia un sistema socialista.
Amedeo Bordiga fu segretario del partito fino al 1926 quando, al Terzo
congresso del PCI tenuto a Lione, venne accusato di settarismo e messo in
minoranza. La nuova linea del Partito comunista venne fissata da Gramsci e
Palmiro Togliatti nelle Tesi di Lione, in cui ponevano le premesse per la
costruzione di un partito di massa e facevano un'analisi del fascismo che
ne coglieva le tendenze all'imperialismo e alla guerra.
Decapitato dei suoi dirigenti dal regime fascista (Gramsci, arrestato nel
1926, morì in carcere nel 1937) e dichiarato illegale, il Partito
comunista si organizzò nella clandestinità e, nonostante la repressione
fascista e le epurazioni interne di matrice staliniana, riuscì a
sopravvivere, mantenendo viva l’opposizione al fascismo. Con altri gruppi
politici (Partito Popolare, Partito Socialista, Partito d’Azione, Partito
liberale) operò poi tra il 1943 e il 1945 nella guerra partigiana, alla
quale i suoi militanti diedero un preponderante contributo.
Il rientro in Italia (1944) di Palmiro Togliatti da Mosca segnò un
mutamento di indirizzo: il PCI abbandonava la prospettiva di realizzare il
socialismo in Italia per via rivoluzionaria. Passando a svolgere una
funzione primaria nel processo politico italiano, Togliatti annunciò la
disponibilità del Partito comunista italiano (fu adottato un nuovo nome) a
far parte del governo guidato da Pietro Badoglio, accantonando la
"pregiudiziale repubblicana" (svolta di Salerno).
Tra gli obbiettivi da raggiungere il congresso del dicembre 1945 poneva la
nazionalizzazione dei grandi complessi industriali, delle grandi banche e
l'esproprio dei latifondi a favore della piccola e media proprietà. Dopo
la guerra di Liberazione, sotto la guida di Palmiro Togliatti, il Partito
Comunista elaborò i principi della sua politica economica:
a. risolvere il problema della disoccupazione con l’aumento della
produzione e non con i sussidi ai disoccupati,
b. sviluppare la produzione industriale ed agricola,
c. realizzare una maggiore giustizia sociale anche grazie alla lotta
all’evasione,
d. creare "consigli di gestione" che esercitassero il controllo popolare
sulle grandi aziende.
La storia del PCI nel dopoguerra si è identificata con l'evoluzione
attraversata dall'URSS, col ruolo carismatico attribuito ai suoi leaders e
infine con le lotte sociali sviluppatesi nel paese di cui la base di
questo partito è stata la componente più numerosa e attiva. Il partito
comunista si affidava ad alcune idee-forza, come il mito della rivoluzione
d'ottobre, l'esaltazione di Stalin vincitore delle armate naziste e
l'apologia dell'URSS, paese modello del socialismo, mentre ogni aspetto
del marxismo che non fosse di matrice sovietica era condannato.
Al governo con tre ministri dal 1944 al 1947, il PCI pur mantenendo il suo
allineamento filo-sovietico tenne a rassicurare i moderati, frenando gli
atteggiamenti intransigenti della base, concedendo l'amnistia ai fascisti
in nome della pacificazione nazionale e votando a favore dell'articolo 7
della Costituzione proposto dalla DC. Ciononostante, nel 1947 il PCI fu
estromesso dal governo e, nel clima della Guerra Fredda, venne confinato
in un'opposizione sterile e senza sbocchi.
Costretto all'opposizione, il partito assunse posizioni molto critiche
verso il "governo nero", il "governo della discordia e della fame", come
venne definito il centrismo di De Gasperi. Intanto, superata la battuta
d'arresto nelle elezioni del 1948, il PCI si avviava a diventare il
principale partito della sinistra in Italia e il più grande partito
comunista dell'occidente. Escluso dal governo centrale, il PCI ebbe modo
di affinare e di dimostrare le sue capacità di governo amministrando
numerose città delle regioni dell'Italia centrale.
La morte di Stalin e la denuncia dei suoi crimini dalla tribuna del XX
congresso del PCUS (febbraio 1956), incrinò la compattezza ideologica del
partito. Nonostante i tentativi di Togliatti e degli altri dirigenti di
minimizzarne l'importanza, il rapporto Kruscev provocò un profondo
sbandamento nel partito. Così, quando nel novembre 1956 Polonia e Ungheria
insorsero contro i regimi stalinisti dei loro paesi, numerosi esponenti,
anche di primo piano, lasciarono il partito. : Nell'VIII congresso (1956),
Togliatti, leader capace, avviò un proceso di modificazione graduale della
linea del partito, fondata su tre capisaldi:
a. non vi era più "né stato guida, né partito guida" (riferendosi
all'URSS),
b. la via italiana al socialismo prevede la trasformazione dello Stato
borghese in Stato socialista attraverso il metodo democratico,
c. piena adesione alla democrazia parlamentare, alla difesa della pace e
all'indipendenza nazionale.
La morte di Togliatti (1964) scosse profondamente il partito, la cui
direzione passò a Longo. Durante la segreteria Longo si esasperò il
contrasto dell'URSS con la Cina e declinò ulteriormente la credibilità del
socialismo reale dell'Est europeo, mentre all'interno del partito si
delineava una fronda che andava da Ingrao alla sinistra giovanile di
Achille Occhetto. Nei confronti delle iniziative del movimento studentesco
il PCI tenne un atteggiamento molto critico, giudicandole spesso
provocazioni anticomuniste e facendo proprie le tesi della questura circa
le responsabilità dell'anarchico Valpreda nell'attentato di Piazza Fontana
a Milano (dicembre 1969).
Nel timore di una involuzione autoritaria del paese, di cui la strategia
della tensione era un chiaro segnale, il PCI avvertì la necessità di
alleanze politiche più ampie, cercando il dialogo diretto con la DC. Di
questa tesi, definita compromesso storico, fu sostenitore Enrico
Berlinguer, eletto segretario nel 1972. Gli scarsi risultati ottenuti
nella collaborazione con la DC determinarono l’insuccesso e quindi
l’abbandono di questa politica (1979).
Berlinguer, segretario fino al 1984, aumentò le distanze tra il PCI e
Mosca facendosi portavoce e sostenitore dell’eurocomunismo, che:
1. proclamava l’autonomia dei partiti comunisti dell’Europa Occidentale
dall’Unione Sovietica (di cui si condannava la politica di potenza),
2. proponeva un modello di Stato socialista che faceva proprie le
acquisizioni delle democrazie occidentali (metodo democratico e libertà
personali),
3. criticava le violazioni dei diritti umani nell'Unione delle repubbliche
socialiste sovietiche (URSS).
Fortemente impegnato nella campagna in difesa del divorzio, il PCI fu
premiato alle amministrative del 1975, che rivoluzionarono la geografia
politica dell'Italia con l'espandersi delle giunte rosse, e nelle
politiche del 1976, alle quali ottenne il miglior risultato della sua
storia con il 34,4%. Nonostante questo successo elettorale, la
pregiudiziale anticomunista degli altri partiti e i vincoli internazionali
dell'Italia all'interno dell'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico
del Nord (NATO) impedirono che quei voti fossero utilizzati. Invece
dell'alternanza governo-opposizione si sviluppò allora la pratica del
consociativismo, ossia del tentativo di corresponsabilizzazione, su
decisioni importanti per gli interessi della nazione, anche delle forze
dell'opposizione; tale pratica, degenerata talvolta in accordi d'interesse
puramente partitico, è all'origine dell'uso con valore negativo del
termine "consociativismo" che viene fatto oggi in politica.
Le azioni terroristiche e il rapimento di Moro, da parte delle Brigate
Rosse (1978), portarono i comunisti ad accettare la cosiddetta emergenza,
puntando sulla solidarietà nazionale tra i partiti dell'arco
costituzionale e sull'appoggio esterno al governo Andreotti (1978-79). Il
successivo calo elettorale, preludio di un declino sempre più
preoccupante, convinse tuttavia il PCI a tornare all'opposizione con una
strategia politica di alternativa democratica al sistema di potere
democristiano.
Alla morte di Berlinguer (1984), il nuovo segretario, Alessandro Natta,
ereditò una situazione di profonda crisi di identità del partito investito
in rapida successione da una serie di mutamenti politici e ideologici, tra
i quali la fine del mito di Togliatti, accusato di corresponsabilità con
lo stalinismo, l'ondata di neoliberismo economico che attraversava tutto
il mondo, il rapido declino dei paesi dell'est europeo e della stessa
Unione Sovietica.
Un'ulteriore svolta al PCIfu impressa, fra il 1990 e il 1991, da Achille
Ochetto (eletto segretario nel 1988), il quale decise, prendendo atto del
crollo dei sistemi socialisti in URSS e nell'Europa dell'Est, di
accelerare la trasformazione del PCI. Durante il XX congresso di Rimini
del 1991, il Partito comunista italiano si sciolse per confluire in una
nuova formazione, il Partito democratico della sinistra, mentre l'ala
sinistra creava un nuovo partito, che si considerava l'erede della
tradizione rivoluzionaria del PCI, il Partito della rifondazione
comunista.
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PARTITO DELLA RIFONDAZIONE
COMUNISTA (PRC)
Nel febbraio 1991 la minoranza dissidente del vecchio Pci (circa 1/3),
guidata da Cossutta, Garavini e Libertini, abbandonò il neonato Partito
democratico della sinistra e fondò un Movimento per la rifondazione
comunista, ufficializzato, nel dicembre dello stesso anno, in Partito
della rifondazione comunista (Rc), al quale aderirono anche Democrazia
proletaria e altri gruppi minori di orientamento maoista, proponendosi
come autentico erede della tradizione comunista.
Rifondazione comunista si presentò nello schieramento dei Progressisti
alle elezioni del 1994 e nella coalizione dell'Ulivo che vinse le
elezioni del 1996 (fu usata la tecnica della «desistenza»: Rifondazione
comunistra non presentò suoi candidati in tutti i collegi uninominali,
la coalizione dell'Ulivo riversò i suoi voti sul candidato di
Rifondazione nei collegi concordati), ma non partecipò con suoi ministri
al governo presieduto da Romano Prodi, limitandosi a un ruolo dialettico
di appoggio, e di condizionamento, dall'esterno. Ne era presidente
Armando Cossutta, segretario Fausto Bertinotti.
Nell'ottobre 1998 il partito, in disaccordo sulle linee essenziali di
politica economica e sociale, si ritirò dalla maggioranza che appoggiava
il governo Prodi. Questo sarebbe caduto, se non avesse ricevuto la
fiducia almeno di una parte dei parlamentari di Rifondazione comunista.
Sulla questione dell'appoggio al governo dell'ULivo il partito si spezzò
in due; da una parte l’ala di Bertinotti che non intendeva più sostenere
la maggioranza, dall’altra i "Cossuttiani", decisi a sostenere un nuovo
governo (presieduto da d’Alema), i quali uscirono da Rifondazione
comunista e formando un nuovo schieramento: il Partito dei comunisti
italiani (PDCI).
PARTITO DEMOCRATICO DELLA
SINISTRA (PDS)
DEMOCRATICI DI SINISTRA (DS)
Nacque nel 1991 dalla trasformazione del Partito comunista italiano
(PCI), al termine di un lungo processo di revisione ideologica, maturato
anche per effetto di eventi internazionali quali il fallimento delle
esperienze di socialismo reale nell'Unione delle Repubbliche Socialiste
Sovietiche e nell’Europa orientale e la dissoluzione dell’URSS. In
seguito alla crisi dei paesi comunisti dell'est europeo, il segretario
del Pci, Achille Occhetto, fin dal 1989 aveva iniziato a proporre
radicali cambiamenti nel partito, a partire dal nome e dal simbolo.
Nel marzo 1990, al congresso straordinario di Bologna, fu anticipata la
nuova organizzazione politica che successivamente, a larga maggioranza,
prese il nome di Partito democratico della sinistra (Pds) nel definitivo
congresso di Rimini (gennaio 1991), decretando la fine del Pci, il più
forte partito comunista occidentale. Il Pds si presentava con un
indirizzo politico e culturale non più marxista ma laico e riformista,
non più comunista ma sempre legato al mondo del lavoro, impegnandosi sui
terreni dell’occupazione, del risanamento delle finanze pubbliche e
delle riforme istituzionali.
Il nuovo partito era costituito dalla maggioranza del Pci (che si
riconosceva nelle posizioni di Occhetto), dai "miglioristi" (cioè l'area
vicina al Psi fautrice del miglioramento del sistema capitalistico) di
Napolitano e di Lama, dalla sinistra di Ingrao (comunisti democratici).
Nuovo era anche il simbolo rappresentato da una quercia con alla base la
vecchia bandiera del Pci disegnata nel 1946 dal pittore Renato Guttuso.
Superata nel mondo politico italiano la pregiudiziale anticomunista, il
«fattore k» che per decenni aveva sbarrato al PCI l’accesso al governo,
nel 1994 la segretaria del Pds passava a Massimo D'alema, il quale
orientava il partito verso una coalizione di centro-sinistra (l'Ulivo)
assieme al Ppi, ai Verdi, e ad altre forze moderatamente riformiste
sotto la guida di Romano Prodi. Nelle elezioni politiche anticipate del
21 aprile 1996 la coalizione di centro-sinistra ottenne la maggioranza
dei seggi in Parlamento e il 21 ottobre del 1998 lo stesso D'Alema
succedeva a Prodi alla guida del governo. Era la prima volta che un
«comunista» presiedeva un governo.
Tuttavia non resse a lungo e
la coalizione dell'Ulivo: fu sconfitta nelle elezioni del 2001. I DS, in
particolare, eredi del più grande partito comunista dell'occidente, che
era arrivato fino al 35% dei voti, subivano una cocente sconfitta,
passando dal 21% del 1996 al 16%.
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PARTITO SOCIALISTA ITALIANO (PSI)
Fondato a Genova nel 1892 con il nome di Partito dei lavoratori
italiani, mutato nel 1893 in Partito socialista, il primo partito
operaio italiano raccolse componenti eterogenee sia dal punto di vista
ideologico (marxismo, anarchismo, mazzinianesimo) sia organizzativo
(leghe, circoli operai, società di mutuo soccorso).
Sotto la guida del riformista Filippo Turati, il partito, benché sciolto
nel 1894 dal governo presieduto da Francesco Crispi e poi di nuovo
colpito dalla repressione antisocialista nel 1898-99, ebbe una rapida
espansione, grazie anche allo sviluppo di una fitta rete di Camere del
lavoro e di cooperative. Nelo stesso tempo non mancarono conflitti
interni che si trasformarono in continue lacerazioni, concretizzate in
espulsioni o in fuoruscite. Così, nel 1912 furono espulsi alcuni
esponenti della corrente riformista che si erano schierati a favore
della guerra di Libia, e alla vigilia della prima guerra mondiale fu
espulso Benito Mussolini, già segretario del partito, perché favorevole
alla guerra mentre il partito, a differenza di altri partiti socialisti
europei, aveva scelto la linea: "Né aderire né sabotare".
La prima scisssione di rilievo si verificò al Congresso di Livorno nel
1921, quando il gruppo napoletano che faceva capo ad Amedeo Bordiga e il
gruppo torinese raccolto attorno ad «Ordine nuovo» fondava il Partito
comunista d'Italia (in seguito Partito comunista italiano, PCI). Nel
1922, a causa della vittoria della corrente massimalista, anche Turati e
i riformisti abbandonarono il partito per fondare il Partito socialista
unitario (PSU).
Messo fuori legge dal fascismo, il partito si ricostituì nella
clandestinità e nel 1934 strinse un patto di unità d'azione con il
Partito comunista. Nel 1943, in seguito alla confluenza del Movimento di
unità proletaria di Lelio Basso, modificò il proprio nome in Partito
socialista di unità proletaria (PSIUP). Già nel primo congresso del
dopoguerra, nel 1946, si verificò una netta divergenza tra le due
principali correnti: quella di Giuseppe Saragat e Ignazio Silone,
critici del comunismo russo, e l'altra maggioritaria di Pietro Nenni, su
posizioni di unità d'azione col PCI (frontismo).
In prima fila nella battaglia referendaria per la repubblica, il PSIUP,
guidato da Pietri Nenni, fu premiato dagli elettori (20,7% contro il 19%
del PCI) come primo partito della sinistra alle elezioni del 1946. Ma
nel gennaio 1947 l'area saragattiana, allineata alla socialdemocrazia
nordeuropea e contraria all'unità d'azione con i comunisti, abbandonò il
partito e costituì il Partito Socialista del Lavoratori Italiani (PSLI,
poi confluito nel PSDI nel 1952). Iniziava così la parabola discendente
dei socialisti, che nel frattempo avevano ripreso il nome di PSI sotto
la segreteria di Basso.
Esclusi dal governo De Gasperi, i socialisti si unirono ai comunisti per
le elezioni del 1948 in una lista detta Fronte Popolare con il simbolo
di Garibaldi. I deludenti risultati dettero origine ad una corrente
capeggiata da Riccardo Lombardi e orientata alla ricerca di una maggiore
autonomia dal PCI, mentre la maggioranza, guidata da Nenni, rieletto
alla segreteria nel congresso del 1949, ribadiva il valore
dell'esperienza sovietica, accentuando sul piano nazionale lo scontro
con la DC.
Nel 1952, in un rapido susseguirsi di eventi, Nenni pose fine
all'alleanza con i comunisti prendendo le distanze dall'URSS e
orientandosi su posizioni di neutralità tra i due blocchi mondiali.
Sanzionato il superamento del frontismo (1957), che secondo i socialisti
aveva paralizzato fino ad allora il partito, Nenni accelerò i tentativi
di ricucire i rapporti col PSDI. Poi, nel momento in cui Fanfani
iniziava l'apertura a sinistra, offrì la disponibilità a sostenere il
governo "per fare dell'Italia un paese moderno, civile, libero e
democratico", purché la DC avesse accettato la programmazione economica,
alcune riforme come quella urbanistica, la nazionalizzazione
dell'energia elettrica, l'unificazione della scuola media, l'ordinamento
regionale. Per Nenni si trattava dello storico incontro tra socialisti e
cattolici, per la minoranza di sinistra del partito tutto ciò costituiva
invece un grave cedimento alle forze conservatrici e capitaliste.
Dal 1963 il PSI prese parte con la Democrazia cristiana (DC), il Partito
repubblicano italiano, il Partito socialista democratico italiano e il
Partito liberale italiano ai governi di centro-sinistra, senza tuttavia
rinunciare all'unità sindacale con il PCI nella Confederazione generale
dei lavoratori (CGIL). Nel 1964 la corrente di sinistra contraria alla
scelta di centro–sinistra si costituì nel Partito socialista di unità
proletaria (PSIUP). Nell’ottobre 1966 si ebbe la riunificazione
socialista tra PSI e PSDI nel Partito socialista unificato (PSU), che
però ottenne risultati elettorali deludenti nelle politiche del 1968,
tanto che ben presto si ritornò alla divisione in due partiti.
Sotto il ricatto di involuzioni autoritarie organizzate dalla destra
economica, Nenni accettò il graduale svilimento del progetto
riformistico per assicurare il quadro democratico e la governabilità. Di
fronte all'incalzare delle rivendicazioni studentesche ed operaie che
sfociarono nell'autunno caldo (1969), il PSI non accettò di essere
coinvolto ulteriormente nel disegno moderato della DC. I socialisti
tornarono al governo nel 1970-72 contribuendo all'attuazione
dell'ordinamento regionale, alla legge sul divorzio, alla realizzazione
dello statuto dei lavoratori (fortemente voluto dal ministro socialista
Giacomo Brodolini).
A seguito dell'avvento di Bettino Craxi alla segreteria, nel 1976, il
PSI rafforzò la propria autonomia nei confronti del PCI e sfruttò
spregiudicatamente il suo ruolo di arbitro del sistema politico. Pur non
ottenendo mai grandi successi elettorali, la presenza della sua quota
percentuale divenne infatti decisiva per formare sia maggioranze di
pentapartito (DC,PSI,PSDI,PRI,PLI) a livello di governo centrale sia
coalizioni di maggioranza di varia composizione nelle amministrazioni
degli enti locali e acquisendo così incarichi in misura superiore al suo
reale peso elettorale.
Prospettando la possibilità di un'alternativa di sinistra ai governi DC,
Craxi sembrò ridare fiducia ed entusiasmo alla base del partito. Con il
tempo, Craxi andò imponendo una linea politica più moderata, oltre che
verticistica e decisionista, considerando superato ogni riferimento al
marxismo e abbracciando le teorie liberaldemocratiche. Sempre più
integrato nella politica neoliberista dei governi pentapartito, Craxi
ottenne dal 1983 al 1987 la presidenza del consiglio.
Con Craxi presidente del Consiglio dei ministri, il partito pose
l'accento sulla governabilità e manifestò aspirazioni a una repubblica
presidenziale. Ma quando nel 1992 Giuliano Amato (un altro socialista)
tornava nuovamente alla guida del governo, esplodevano inchieste
giudiziarie legate allo scandalo di "Tangentopoli", che cominciarono a
fare luce sulla diffusione della corruzione politica e amministrativa a
partire da Milano, roccaforte craxiana. Il PSI e il suo segretario
finirono per diventare i principali bersagli della rivolta morale del
paese; Craxi, costretto a dimettersi da segretario, riparò così
all'estero mentre il PSI ne uscì pressoché distrutto. Il coinvolgimento
di numerosi dirigenti del partito determinò lo scioglimento del PSI
(1994) da cui hanno avuto origine piccole organizzazioni socialiste.
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PARTITO SOCIALDEMOCRATICO
ITALIANO
Nacque da una scissione a
destra del Psi nel 1947 da parte di quei socialisti che, guidati dal
Presidente dell’assemblea Costituente in carica Giuseppe Saragat, non
accettavano la linea frontista coi comunisti voluta da Nenni
nell’immediato dopoguerra, preferendo la collaborazione con la Dc e gli
atri partiti laici (Pli, Pri).
La nuova via socialista autonoma dal Pci ed il ritiro di Saragat dopo il
suo settennato quirinalizio e il coinvolgimento di due segretari del
Psdi in scandali giudiziari, hanno segnato il declino irreversibile e
definitivo del partito nato a Palazzo Barberini.
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MOVIMENTO SOCIALE ITALIANO (MSI)
Il Movimento sociale italiano venne fondato nel 1946 dai superstiti dei gruppi
fascisti tra cui Giorgio Almirante (che ne fu segretario dal 1947 al 1950 e
dal 1969 al 1987) e Pino Romualdi. Il movimento si richiamava apertamente a
Mussolini e al programma della Repubblica sociale (1943-1945). A partire dal
1947 il partito offrì ai nostalgici del fascismo l’occasione per rompere
l’isolamento e per conseguire di fatto una legittimazione almeno parziale.
Quantunque infatti la costituzione italiana vietasse la costituzione del
partito fascista, il MSI poté prendere parte alla vita politica: nelle
elezioni del 1948 ottenne 6 deputati, nel 1953 ne conquistò 29.
Il relativo successo di questo partito, collocato all’estrema destra dello
schieramento politico italiano, è dovuto in gran parte all’appoggio delle
classi che hanno visto in questa forza un mezzo per impedire il rinnovamento
democratico del paese voluto dalla Costituzione. Isolati gli elementi più
intransigenti, propensi all’uso dei metodi violenti tipici del fascismo, la
maggioranza del partito, più moderata, ha accettato tuttavia le regole del
sistema democratico. Il programma del partito era centrato in particolare
sull’esaltazione dei valori nazionalistici, sulla dura opposizione alle forze
di sinistra. Pur criticando il sistema economico liberale, il Movimento
sociale sostenne l’Alleanza atlantica e l’allineamento dell’Italia al blocco
occidentale .
Schierato all'opposizione, il MSI contribuì con la propria crescita elettorale
all'erosione della base elettorale democristiana, spingendo la Democrazia
cristiana a tentare la riforma della legge elettorale in senso maggioritario
(la cosiddetta Legge truffa del 1953) e poi a cercare nuove alleanze; nel
1960, l'appoggio missino al governo monocolore democristiano presieduto da
Franceso Tambroni determinò una vasta protesta antifascista repressa
brutalmente.
Fu formazione costantemente all'opposizione eppure, dal 1953 al 1960, a più
riprese i deputati missini fecero confluire i propri voti nelle maggioranze
parlamentari al fine di consentire la formazione dei governi centristi. Nel
1972 il MSI assorbì il Partito di unità monarchica mutando il nome in
MSI-Destra nazionale. Fautore di uno stato forte, il Movimento sociale ha
promosso campagne per il ripristino della pena di morte, contro la legge sul
divorzio, contro la depenalizzazione dell’aborto. La sua proposta più
significativa è la trasformazione del sistema politico italiano da repubblica
parlamentare a repubblica presidenziale.
I principali leaders del Msi furono Arturo Michelini (morto nel 1969),
favorevole all’alleanza con i monarchici e con i settori più conservatori del
mondo cattolico, e Giorgio Almirante (morto nel 1988), che rappresentò i
gruppi più intransigenti e nostalgici, spesso coinvolti in azioni di
squadrismo.
La crisi del sistema politico italiano nei primi anni ’90 e la guida di Fini
(divenuto segretario nel 1987 e interprete di un indirizzo più moderato) ha
fatto sì che il Msi, seguendo le teorie del politologo Domenico Fisichella e
l’evoluzione della destra spagnola (da Alleanza Popular a Partido Popular),
nel 1994 diede vita, insieme ad altre forze di destra, ad Alleanza Nazionale,
sciogliendo il MSI nel 1995.
ALLEANZA NAZIONALE (AN)
Come Forza Italia, anche Alleanza Nazionale nasceva nel 1994 in vista delle
elezioni politiche anticipate di primavera. Il segretario del Movimento
Sociale italiano–Destra Nazionale, Gianfranco Fini, puntava su di essa
soprattutto per sottrarre il partito all’isolamento in cui lo confinava
l’accusa di raccogliere l’eredità del fascismo. Prospettando una formazione
politica di destra moderata, sull’esempio del gollismo francese o dei
conservatori inglesi, l'MSI si avvantaggiò dello sfaldamento della Democrazia
cristiana (una parte della quale confluì in Alleanza Nazionale) e si
aggiudicò, specialmente nel Centro-Sud, una parte consistente dei voti
moderati tradizionalmente riservati alla DC.
Alle elezioni politiche del 1994 divenne il terzo partito italiano con il 13%
dei voti ed entrò per la prima volta, dalla nascita della repubblica, a far
parte di un governo (Berlusconi). Nel 1995 il primo congresso di Alleanza
nazionale sancì formalmente la nascita del nuovo partito, i cui capisaldi
ideologici furono una drastica separazione dalla componente missina che si
richiamava all'esperienza politico-sociale della repubblica di Salò
(1943-1945), l'adesione ai principi costituzionali usciti dalla resistenza,
pur rivendicando la tradizione nazionalistica, una revisione in senso
presidenzialista delle istituzioni. Nelle tesi di Alleanza nazionale,
elaborate in occasione del primo congresso nazionale del partito, si fa
esplicito riferimento alla scelta antitotalitaria del partito ed è formulata
una chiara ripulsa del razzismo.
Alleanza nazionale ha partecipato ai governi presieduti da Silvio Berlusconi
in quanto forza costitutiva, insieme a Forza Italia, del Polo delle libertà,
vincitore delle elezioni politiche del 1994 e (dopo un governo di
centro-sinistra) quelle del 2001.
MOVIMENTO SOCIALE - FIAMMA
TRICOLORE
Nel 1995 la minoranza del MSI, che non seguì il segretario Gianfranco Fini
nella transizione in Alleanza Nazionale, diede vita ad un nuovo raggruppamento
attorno a Pino Rauti, il Movimento sociale-Fiamma Tricolore, che ha conservato
come proprio emblema la fiamma tricolore del vecchio MSI.
LEGA NORD
La Lega Lombarda è sorta a Milano agli inizi degli anni ’80 per iniziativa di
Umberto Bossi e rappresenta la punta di lancia del vasto movimento politico a
carattere regionalistico sviluppatosi nell'Italia settentrionale a partire dal
1979 e successivamente riunitosi nella Lega Nord, nel 1989, assieme ad altre
leghe come quella veneta o quella toscana. Il suo nome richiama alla mente le
lotte vittoriose dei comuni lombardi nei secoli XII e XIII contro gli
imperatori germanici e particolarmente il giuramento di Pontida (1167) che
pose fine alle pretese del Barbarossa. Identificati i moderni invasori nei
"partiti romani", ossia le forze politiche del dopoguerra accusate di essersi
spartite il potere (consociativismo) per gestirlo in maniera clientelare a
danno della parte produttiva del paese, la Lega lombarda ha costruito le sue
rapide fortune elettorali sulla denuncia di uno stato definito "ladro e
fascista". "Ladro" in quanto sottrae la ricchezza ai ceti economicamente
attivi e dunque al nord per sostenere le clientele elettorali dei partiti del
meridione; "fascista" poiché prosegue un centralismo autoritaristico al quale
la Lega contrappone il federalismo, richiamandosi alla tradizione della
corrente autonomistica risorgimentale che ebbe tra i suoi massimi esponenti il
milanese Carlo Cattaneo.
Dopo l'esordio alle elezioni amministrative del 1985 a Varese, i successi del
movimento si sono ripetuti ad ogni nuova tornata elettorale fino al 1992,
quando la Lega divenne il quarto partito nazionale, ma il primo in molte
grandi città del settentrione. Movimento e non partito, il leghismo prescinde
da determinati riferimenti ideologici, rifiuta ogni riferimento di destra o di
sinistra, respinge ogni criterio professionalistico nello svolgimento di
incarichi politici, concentra la sua attenzione sulla gestione trasparente
dell'amministrazione pubblica.
Il suo programma, che ha sollevato la "questione settentrionale", dapprima si
è imperniato sulla modificazione della Costituzione in senso federalista
sull’esempio svizzero, tedesco o americano e sull'individuazione di tre
macroregioni, all'incirca corrispondenti alla consueta suddivisione geografica
della penisola in Nord, Centro e Sud (1989-1992). A livello economico il
modello è il capitalismo "puro" del libero mercato, non assistito dallo stato
e affidato all’iniziativa privata.
In seguito, mentre si acuiva la crisi della Democrazia cristiana e del Partito
socialista italiano, la Lega nord cercò di raccogliere l'eredità dei partiti
di governo della Prima repubblica sia nelle amministrazioni cittadine sia
alleandosi con il Polo delle libertà, guidato da Silvio Berlusconi, nelle
elezioni politiche del 1994, dalle quali uscì come la quinta forza politica
italiana, con l’8% dei voti, e come la seconda nel nord (con il 19%). Il
timore di non poter preservare la genuinità del movimento spinse il suo
leader, Umberto Bossi, a rompere l’alleanza con il Polo togliendo il sostegno
al governo presieduto da Berlusconi e a riproporre l'immagine originaria,
popolana, della Lega, facendo leva sull'ostilità nei confronti dei meridionali
e degli immigrati, visti come portatori di disoccupazione e insicurezza, e
sulle minacce di rivolta fiscale.
A partire dal 1995, il federalismo è stato abbandonato a favore della
rivendicazione del diritto di secessione della Padania, regione ideale del
Nord Italia. Nello stesso tempo Bossi promosse grandi rituali di massa, come
le tre giornate di mobilitazione lungo il Po del settembre 1996, allo scopo di
rafforzare l'identità del movimento. Il movimento leghista ottenne forti
affermazioni elettorali (primo partito del Nord Italia nel 1996) facendo leva
sul malcontento dei ceti medi produttivi dell'Italia del Nord-Est, che dopo
anni di intensa crescita economica si sentivano poco rappresentati a livello
politico e insufficientemente tutelati dal governo centrale. Tuttavia, nelle
elezioni amministrative del 1997 la Lega Nord perse la maggior parte dei
sindaci e dei presidenti delle province, ponendo i vertici del partito di
fronte a scelte impegnative per il futuro. Da quel momento, il partito di
Bossi ha avviato un riavvicinamento a Berlusconi culminato in una nuova
alleanza, centrata sull'impegno federalista di tutta la Casa delle Libertà e
sulla presenza di esponenti leghisti in ministeri di primo piano. L'alleanza
risultò vincente alle elezioni politiche del 2001, sebbene la Lega nord abbia
mancato per un niente il superamento dello sbarramento del 4%.
FORZA ITALIA (FI)
Con un messaggio registrato, trasmesso il 26.01.1994 dalla sua catena
televisiva (Italia 1, Rete 4, Canale 5), l’imprenditore dell’editoria e
titolare di un grande impero finanziario, Silvio Berlusconi, annunciò il suo
ingresso in politica e presentò Forza Italia, un movimento composto da 4.000
club e 200.000 iscritti che si riproponeva di contrastare l’avvento al governo
delle sinistre (unite nel polo progressista) a tutela delle libertà e nella
prospettiva di una Seconda repubblica.
Il movimento politico fondato da Silvio Berlusconi si proponeva come nuovo
riferimento dell'elettorato moderato nelle elezioni politiche che si sarebbero
tenute il 27 marzo 1994, in un contesto caratterizzato dal venir meno della
tradizionale forza di centro, la Democrazia cristiana. Dichiarandosi
formazione di centro, moderata, avversaria della vecchia partitocrazia
accusata di consociativismo, il nuovo movimento prometteva agli elettori la
ripetizione del "miracolo" economico degli anni '50 e '60 attraverso il
rilancio dell'iniziativa privata, la riduzione dei gravami fiscali, il
contenimento della disoccupazione, grazie all'eliminazione
dell'assistenzialismo clientelare e dell'enorme debito provocato dalla
precedente classe politica.
Su tali basi Forza Italia (FI) strinse un accordo con la Lega nord al
settentrione, con Alleanza Nazionale al centro-sud, aggregando attorno a
quest'asse (Polo delle libertà) frange democristiane (Centro Cristiano
Democratico), ex liberali (Unione di centro), il gruppo radicale facente capo
a Pannella. Lo schieramento conquistò la maggioranza relativa dei consensi
alle elezioni politiche del 1994. Il grande successo elettorale ottenuto nel
1994, da Forza Italia in particolare e nel suo complesso dal Polo delle
libertà, confermò l'esattezza dell'intuizione di Berlusconi e il tempismo
della scelta del momento in cui agire.
Forza Italia fu determinante nel governo presieduto nel 1994 da Berlusconi,
cui partecipò, anche la Lega Nord, la stessa che poi ritirandosi dal governo,
ne causò la caduta dopo pochi mesi. Allontanatasi la Lega nord e avvicinatisi
i Cattolici democratici (Cdu) che avevano lasciato il partito popolare, il
Polo delle libertà uscì battuto, seppure di stretta misura, nelle elezioni
politiche del 1996 ma si è rifatto vincendo e conquistando una larghissima
maggioranza in Parlamento nelle successive elezioni del 2001, in cui la Lega
nord è rientrata nella coalizione berlusconiana .
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